Ascolto

Ormai parecchi anni fa, un professore di psicologia applicata di una nota università italiana ci raccontò questa storia.

Tutte le buone religioni siano benedette e onorate!

Il fiume ruppe l’argine e iniziò ad allagare le campagne, l’acqua saliva rapidamente: il contadino Giovanni, uomo pio e devoto, si rifugiò al primo piano della sua casetta, pregando la Divina Provvidenza di porre rimedio.

Giunse presto la barca dei soccorsi, “Vieni Giovanni, vieni con noi, l’acqua continua a salire!”, e Giovanni rispose: resto qui e prego la Divina Provvidenza.

L’acqua continuava a salire, e presto sommerse il primo piano della casetta, Giovanni si rifugiò sul tetto; passò di nuovo la barca dei soccorsi, “Vieni Giovanni, vieni con noi, l’acqua continua a salire!”, e Giovanni, di nuovo, rispose: resto qui e prego la Divina Provvidenza.

E l’acqua continuava a salire, e Giovanni dovette sedersi in cima al tetto e tenersi stretto al camino; passò di nuovo la barca dei soccorsi, “Vieni Giovanni, vieni con noi, l’acqua continua a salire!”, e Giovanni, di nuovo, rispose: resto qui e prego la Divina Provvidenza.

Ma l’acqua salì ancora, e Giovanni il contadino affogò; poiché egli era uomo pio e devoto salì in cielo, ed arrivato alla porta del paradiso si lamentò con San Pietro, protestando vivamente, poiché la Divina Provvidenza non aveva ascoltato le sue fervide preghiere.

San Pietro, preoccupato, andò a sincerarsi di come fossero andate le cose, entrò nella immensa stanza dove c’erano infinite colonne di fascicoli impilati, raggiunse la scrivania della Divina Provvidenza, che era indaffaratissima: “Il contadino Giovanni dice che tu non hai ascoltato le sue preghiere …”

La Divina Provvidenza, aggiustandosi gli spessi occhiali sul naso, scartabella velocemente negli archivi e torna trionfante da San Pietro: “Ecco qua, inondazione, contadino Giovanni: tre volte il barcone gli ho mandato!”

 

La si può prendere in molti modi, credo che a tutti noi sia successo di ritrovarci a dire a noi stessi: ah, se solo avessi ascoltato…

Per noi sistemici, a questo punto, è facile osservare che le cose sono un po’ più complicate di così: siamo sistemi autopoietici, i nostri codici, i nostri neurogrammi che guidano le nostre azioni salvifiche sono preziosi e complessi, sono elementi del nostro Sistema Egoico, frutto di buone eredità e di grandi e prolungate fatiche personali.

Le operazioni che ci permettono di accogliere un consiglio diverso dal nostro, di integrare istruzioni, neurogrammi nel nostro Sistema Egoico sono tutt’altro che semplici e dirette, le condizioni a cui possiamo farlo sono precise.

Vediamone alcune, senza la pretesa di esaurire qui la questione: la prima, apparentemente ovvia, è che ci troviamo ad avere a che fare con una configurazione di ambiente (reale o virtuale) che riconosciamo come minacciosa, cosa puntualmente segnalata dal nostro sistema nocicettivo.

Il fatto che la configurazione sia realmente, “oggettivamente” minacciosa in sé, non basta: guidare un’automobile nel caotico traffico delle città è oggettivamente minaccioso, ma molti di noi lo fanno, chiacchierando tranquillamente con il compagno di viaggio.

E possiamo farlo poiché disponiamo di efficientissimi neurogrammi, faticosamente appresi e lungamente collaudati: insomma per noi non è una minaccia alla nostra sopravvivenza, anzi, è un modo per sopravvivere meglio.

La seconda, naturalmente integrata con la prima, riguarda l’Altro, chi offre il consiglio, l’istruzione, il neurogramma, insomma il Narratore: noi sistemici sappiamo che l’Altro è l’insieme dei neurogrammi che usiamo o possiamo usare per averci a che fare e ottenere ciò che serve alla nostra sopravvivenza.

E abbiamo imparato che ogni Altro è diverso e unico rispetto a ciascun Altro, e che per noi un punto decisivo è: dove si trova nel continuum che unisce la condizione di essere costituito da tutti gli elementi completamente integrati nel nostro Sistema Egoico alla condizione di essere costituito da elementi totalmente estranei al nostro Sistema Egoico.

Il mio dentista è maschio, tatuato, porta l’orecchino e non ha una faccia che mi piaccia granché, però è abilissimo con le anestesie e le sue cure sono impeccabili, per quanto ne so. Mio figlio è meraviglioso, praticamente perfetto. L’amico fraterno è saggio, esperto della vita, divertente, arguto e sagace. Il collega è competente, ma è meglio non dargli l’occasione di fregarti il cliente. Il farmacista all’angolo è garbato, il vicino è chiassoso e un po’ invadente e ficcanaso.

 

Nella complessa costituzione dell’Altro troviamo una ulteriore linea di classificazione, Helper[1], per dirla in termini semplici secondo gradi corrispondenti alla nostra (complessa ed in parte inconsapevole) valutazione del supporto, dell’aiuto che riteniamo di poter ricevere.

Si usa dire: sente quello che vuol sentire, capisce quello che vuol capire, come se occorresse l’intervento di una volontà (per noi sistemici la volontà non esiste, chiamiamo volontà qualcosa che attribuiamo all’altro ma che non ha origine nell’altro, su cui l’altro non ha alcun potere) per determinare che cosa ascoltare e che cosa no.

La nostra macchina neurale fa calcoli complessissimi e molto spesso esatti, usando i neurogrammi di cui dispone, per determinare quali plessi-sequenze di neurogrammi guideranno l’azione salvifica: possiamo usare i neurogrammi (i consigli) di un altro solo se l’altro è, per noi, un Helper.

E dunque, più importante e prioritario delle abilità del Narratore di produrre una efficace narrazione (“Vieni Giovanni, vieni con noi, l’acqua continua a salire!”), per riuscire ad accogliere il consiglio, l’indicazione di un Altro, è se l’Altro sia o non sia un Helper rispetto alle difficoltà che stiamo affrontando.

La prima misura di efficacia del Narratore non è relativa alla narrazione che potrà mettere in campo, ma è proprio relativa alla misura in cui riuscirà a farsi riconoscere dall’Altro come Helper, rispetto alle difficoltà che l’Altro sta affrontando, nell’ambiente reale e nell’ambiente virtuale.

Come si fa? Che cosa si può fare per essere riconosciuti dall’Altro come Helper, partendo dalla condizione in cui, evidentemente, l’Altro non ci riconosce come tali, e quindi non ci ascolta? Mission impossible?

Impossibile non è, dato che ciascuno di noi dispone di un certo numero di Helper, acquisiti durante la sua vita.

Qualche indicazione c’è, il successo non può essere garantito in ogni caso, ma qualcosa possiamo fare per aumentare le probabilità di successo.

[1] Dopo lunga riflessione ho deciso di utilizzare il vocabolo anglosassone, in italiano il termine più prossimo è Aiutante, e non indica la stessa configurazione. Aiutatore? Meglio Helper, anche per esplicite ambizioni di diffusione di queste conoscenze in una lingua più diffusa della mia.


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